Coronavirus. Cosa ci dice la psicologia? Aspetti pratici

Coronavirus. Cosa ci dice la psicologia? Aspetti pratici

Questo articolo non ha la pretesa di trovare una soluzione a quanto sta accadendo in questi giorni a livello planetario, ma apre spunti di riflessione su come la nostra mente reagisce ad una situazione: forzata, inaspettata e di lunga durata.

E allora cosa fare? In rete si trovano migliaia di articoli che offrono spunti su come affrontare la giornata, ne voglio riprendere alcuni fornendo una spiegazione del perché possano essere utili.

  1. Mantenere una routine (per quanto possibile). Aiuta a non perdersi in un tempo che sembra sempre di più dilatarsi al contrario delle pareti di casa che ci appaiono ogni giorno più strette. Rientrano tra gli aspetti routinari lo stabilire degli orari per le informazioni (rigorosamente reperibili da fonti ufficiali e ministeriali. Attenzione alle fake news! Potrebbero contribuire a rendere più vulnerabile il nostro assetto psicologico già sensibilmente provato), organizzarsi un’agenda per il lavoro da remoto,  per le faccende domestiche e per  il divertimento casalingo. Risulta di fondamentale importanza scandire gli orari dei pasti e del sonno, ci aiutano a mantenere il nostro ritmo circadiano importante per determinare i modelli delle attività cerebrale, produzione di ormoni, rigenerazione cellulare e attività biologiche.
  2. La cura del sé che passa attraverso la cura di
  • Fare attività fisica in casa. Nonostante la creatività sia prerogativa dei più giovani, anche gli adulti possono ingegnarsi in attività da fare senza l’utilizzo di attrezzi che non siamo riusciti a comprare nei negozi sportivi. I corsi che si trovano in rete ci vengono in aiuto. In giornate in cui la noia assume colori grigi e la motivazione a fare qualcosa di produttivo lascia spazio alla “divanite” il segreto sta nel ricercare un benessere. Come? La risposta sta nelle endorfine, sostanze chimiche rilasciate dal nostro cervello che producono una sensazione analgesica ed eccitante. Oltre ad un’azione benefica, sono coinvolte nella regolazione del ciclo mestruale, nella secrezione di ormoni, nel senso di benessere dopo un rapporto sessuale, nel controllo dell’appetito. Il rilascio delle endorfine avviene, anche, nel momento in cui decidiamo di fare esercizio fisico.
  • Ascoltare musica. Platone scrisse: “La musica è per l’anima quello che la ginnastica è per il corpo”. Come dargli torto!
  • Sperimentarsi in cucina . Quale migliore occasione se non quella di cimentarsi in cucina in un momento in cui abbiamo la possibilità di accantonare il cibo in scatola, il fast food o il cibo spazzatura ? Qualcuno penserà: “Ma io non so cucinare!”. Beh nessuno ha mai detto che sono necessarie particolari doti culinarie. L’obiettivo di questa attività non è solo quello di cibarsi, ma assaporare le peculiarità che la preparazione di un pasto ci offre. Prendiamo ad esempio il preparare la pizza al sabato sera (ormai diventata consuetudine dopo la chiusura dei locali). È il caso di dire “fare la pizza con tutti e 5 i sensi” . Udito e vista sono quelli che ci guidano generalmente nella nostra quotidianità o forse no? Forse sono quelli a cui prestiamo maggiormente attenzione. Bene proviamo a utilizzare anche gli altri quando impastiamo. I recettori tattili di cui è dotato l’epidermide e quelli olfattivi situati nelle cavità nasali ci permettono di tradurre i segnali provenienti dall’esterno, dunque toccare e annusare ad occhi chiusi i singoli ingredienti e il connubio tra loro ci porterà a sperimentare delle sensazioni a cui prima non facevamo caso perché presi dalla nostra frenesia. Facciamo attenzione a tutti i sensi durante tutto il  processo di preparazione fino a prediligere il gusto appena assaggeremo la nostra squisita creazione. Il primo boccone sarà diverso dal solito dopo questa nuova esperienza, gustiamolo con calma. Ci piacerà.

3. Curare le relazioni: Le mancanze si fanno sentire, ci viene chiesto di fare il contrario di quello che eravamo abituati a fare. “Non abbracciatevi, state lontani”. Come è possibile coltivare delle relazioni se non ci si può avvicinare, toccare, abbracciare e baciare? Watzlawich (La Pragmatica della Comunicazione Umana, 1971) ci insegna che la comunicazione è fatta di molto altro, con i nostri familiari conviventi lo sguardo può diventare un potente strumento comunicativo, con i nostri cari lontani fisicamente proviamo ad abbandonare per un po’ i messaggi scritti e facciamo delle chiamate o delle video chiamate e… raccontiamo, ma soprattutto ASCOLTIAMO cosa l’altro ha da dirci. Attenzione, però, a non occupare tutto il tempo della telefonata a parlare di questo ormai celebre Covid-19. Non ci mancherà l’immaginazione nel fantasticare sui nostri “nuovi primi incontri”, quando ci sarà nuovamente l’occasione

4. Cogliere il lato positivo: il tempo è dalla nostra, sfruttiamolo al meglio!

Continua a leggere “Coronavirus. Cosa ci dice la psicologia? Aspetti pratici”

Un libro sorprendente: “Il corpo accusa il colpo” – commento e riflessioni personali

L’incipit che ho scelto per la mia riflessione tiene conto delle emozioni che la lettura mi ha suscitato. È stato uno dei libri più affascinanti che io abbia mai letto sul trauma.

Ho lavorato in due comunità per minori abusati e maltrattati, dunque “casca a pennello” l’opera di Van Der Kolk per la mia crescita personale e professionale. Però prima di addentrarmi “nel sentiero emotivo” mi preme specificare che una parte importante e di mio particolare interesse è l’aspetto neurologico, ovvero la connessione tra mente e cervello. Credo che attraverso la conoscenza della strutturazione e il funzionamento del nostro cervello si possa comprendere meglio il risvolto che questi ha a livello comportamentale. Il libro di Van Der Kolk esplica in maniera esaustiva come il trauma possa modificare la conformazione del nostro cervello ancora in crescita: chi subisce dei traumi non sviluppa in modo appropriato l’area del lobo frontale deputata alla capacità di provare empatia. “I lobi frontali possono anche fermare azioni che potrebbero metterci in imbarazzo o portarci a far del male agli altri”. Il trauma è molto altro. Le persone che presentano PTSD (Disturbo Post traumatico da Stress) sono in costante allerta e in costante iperarousal, questo avviene perché le zone del cervello deputate al riconoscimento del pericolo (amigdala, rilevatore di fumo), dopo il trauma, sono costantemente attivate preparando il corpo ad una reazione e dunque producendo delle risposte di attacco o fuga anche nel momento in cui non esiste un reale rischio per la sopravvivenza. Rispetto a questo mi viene in mente un bambino che ho conosciuto in comunità (Carlo), delle volte con lui risulta impossibile parlare, in quanto attua delle strategie di attacco (sia fisico che verbale) prima che l’altro abbia la possibilità di stabilire un confronto con lui.

Mente- corpo-cervello sono tre “sistemi” strettamente interconnessi e interdipendenti. Tutto ciò che il nostro cervello immagazzina e passa al vaglio del cervello emotivo può essere esperito e sentito da noi attraverso la “pancia”, cioè quelle sensazioni viscerali che spesso adoperiamo per entrare in contatto con l’altro. Attraverso l’esperienza clinica ho imparato a sentire la “mia pancia” quando sono di fronte ai miei pazienti. Questo mi ha, molte volte, permesso di tradurre un tipo di risposta adeguata in base al fatto che sentissi pericolo, dispiacere o dolore per chi avessi di fronte, non escludendo che si trattasse di una sensazione derivante anche dal mio vissuto personale.

Attraverso il nervo pneumogastrico, continua Van Der Kolk, è possibile modificare le nostre azioni in base alle risposte degli altri, un tono di voce rassicurante o un abbraccio permette di tranquillizzarci e portare ad un livello normale il nostro stato di arousal, proprio perché di quella persona ci fidiamo. Non sempre questo è possibile per le persone traumatizzate che metteranno in atto uno dei tre tipi di modalità per la sopravvivenza: attacco, fuga o congelamento. Risulta abbastanza affascinante, per me, come questi tre tipi di strategie sono il frutto e l’eredità di un sistema complesso e primitivo che condividiamo con gli animali e come questo abbia una connessione con l’attivazione (o spegnimento) di alcune parti del nostro corpo (di fronte ad un forte stress il corpo può decidere di collassare).

Van Der Kolk suggerisce di aiutare i nostri pazienti a familiarizzare con le parti del corpo prima di nominare le emozioni sottostanti. Chiedere al paziente “dove sente l’emozione (semmai riuscisse a codificarla) nel corpo” non porta alcun esito positivo, chiedere invece “che sensazioni “sente” se si concentra sul corpo” si ottiene una risposta di rilievo che ci permetterà di entrare in contatto con un livello emozionale più profondo.

Se il cervello percepisce il mondo circostante come potenzialmente e costantemente minaccioso, il sistema biologico secerne continuamente ormoni dello stress provocando: disturbi del sonno, mal di testa, sensibilità al suono e al tatto e, aggiungo io, comportamenti inadeguati (urlare senza un “apparente motivo”).

Il testo prende in esame uno strumento importante, a mio avviso, nella pratica clinica: la tecnica EMDR. Rimando il lettore all’articolo specifico, sottolineando come questo intervento abbia modificato positivamente il ricordo traumatico del mio paziente Dario, accelerando i tempi di insight, le associazioni e i collegamenti con la sua vita presente. I ricordi traumatici intrappolati in una fitta rete sono stati integrati con l’intero vissuto del paziente

Le relazioni permettono di proteggerci dal trauma. L’obiettivo della prima seduta è quello di accogliere le richieste verbali del paziente, ma anche il suo stato d’animo e se sentiamo pericolo per la persona che ci sta di fronte dobbiamo ricercare nella sua rete relazionale una base sicura a cui potersi rivolgere in momenti di difficoltà. E’ necessaria “la messa in sicurezza” del paziente, ricercare le risorse nella cerchia di amici o all’interno della famiglia (uno degli obiettivi degli allargamenti nelle terapie individuali).

L’ultimo capitolo del libro è dedicato al teatro e alla sua valenza terapeutica. Ho fatto parte di un’associazione di volontariato per persone con disturbi psichici e ho lavorato all’interno del gruppo teatrale. È un’esperienza che ho ripetuto per 5 anni e non si apprezza mai fino in fondo il lavoro fatto e il beneficio che i ragazzi traggono da questo laboratorio se non il giorno dello spettacolo (di norma a fine anno). È entusiasmante vederli mettere in scena se stessi e le loro paure e timori. In comunità, invece, con una mia collega l’estate scorsa abbiamo cercato di creare con i ragazzi dei momenti di gruppo con lo scopo di aiutarli a sviluppare cooperazione, fiducia, rispetto di sé e degli altri. Questi momenti mi hanno arricchito tanto: innanzitutto ho compreso la necessità di rispettare i tempi dei ragazzi adolescenti che non sono i tempi di noi adulti (l’incontro sulla rabbia è stato un fallimento, ma non per questo privo di un insegnamento personale). Il primo giorno, durante la fase di riscaldamento, quasi tutti i ragazzi per gioco o per curiosità si sono mostrati divertiti da questa esperienza a cui seguì l’elaborazione di un disegno in base alle sensazioni personali percepite nel “qui e ora” e la costruzione di una storia in base alla scelta del disegno di un compagno. Infine, dall’incontro sui “giochi di ruolo” abbiamo osservato una spiccata capacità di empatizzare con l’altro e in particolar modo è emerso, da parte di una ragazza (Donatella), un’elevata capacità di autocritica (mi osservo, riconosco i miei difetti e li metto in scena utilizzando una strategia unica: l’autoironia). Abbiamo preso nota di quelli che, invece, non hanno voluto sperimentarsi, percependo la difficoltà di “scoprirsi” e creando in noi il dubbio che, forse, avevamo compiuto “il passo più lungo della gamba”.

Riferimenti bibliografici:

• Van Der Kolk: “Il corpo accusa il colpo”. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Raffaello Cortina Editore. 2017.

• Shapiro, F., Forrest, M. S. “EMDR. Una terapia innovativa per il superamento dell’ansia, dello stress e dei disturbi di origine traumatica”. Tr. It. Astrolabio, Roma. 1998.

Copertina: Raffaello Cortina Editore

EMDR

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti oculari) è una tecnica psicoterapeutica scoperta nel 1989 da Francine Shapiro, psicologa americana. In origine venne utilizzata principalmente per trattare lo stress dovuto a ricordi traumatici.

Occorre distinguere tra:

• traumi “con la T maiuscola”: calamità naturali, incidenti stradali, aggressioni, abusi, morte o diagnosi severe;
• traumi “con la t minuscola” che oggettivamente possono apparire poco rilevanti, ma assumono una valenza traumatica per il paziente: trascuratezza, abbandoni, umiliazioni e paure/fobie.

Oggi è una tecnica validata per il DPTS (Disturbo da Stress Post Traumatico) e non solo…L’EMDR è indicato per il trattamento di traumi relazionali e interpersonali dovuti, ad esempio, ad esperienze negative come il bullismo.
Eventi stressanti come la perdita di una gravidanza, un lutto, una violenza domesticapossono essere trattati con l’EMDR che aiuta il paziente ad elaborare il proprio vissuto traumatico integrandolo con l’intera esperienza di vita. E ancora… esso è risultato efficace per il trattamento dei disturbi alimentari, ansia e procreazione assistita.

Cosa accade?

La nostra mente è dotata di una sorta di “sistema immunitario” che ha la funzione di guarire le “ferite dell’anima” grazie al possesso di risorse personali che permettono un processo di rielaborazione volto all’integrazione di eventi traumatici con le altre esperienze di vita. Un trauma non risolto innesca un circolo vizioso che genera pensieri, emozioni e sensazioni corporee intrusivi e disturbanti. Questi, si innestano nell’emisfero destro e risultano non comunicanti con i ricordi positivi, collocandosi su un’asse spazio-temporale diverso dal resto del vissuto di una persona, come se fosse intrappolato in una rete che agisce in modo indipendente.

Come funziona?

Inizialmente il terapeuta fa un’anamnesi concentrandosi, in primo luogo, sugli eventi che disturbano il paziente. Egli identifica nella sua storia personale gli eventi stressanti o traumatici che rendono invalidante alcune aree della sua vita. Si invita il paziente a concentrarsi sui pensieri, sensazioni fisiche e immagini collegate all’esperienza traumatica. Contemporaneamente il terapeuta gli fa compiere semplici movimenti oculari. Queste stimolazioni hanno lo scopo di favorire una migliore comunicazione tra i due emisferi cerebrali. Si tratta di un processo neurofisiologico simile a quello della fase REM del sonno. Una volta che il ricordo traumatico non risulta più tale, ma si integra perfettamente con il resto dell’esperienza e dei ricordi, il trattamento può definirsi terminato.
Le caratteristiche principali dell’EMDR riguardano la sua rapidità di intervento, la durata nel tempo e la possibilità di utilizzo a tutte le fasce di età.

Conferme scientifiche
Studi di neuroimaging dimostrano il reale cambiamento nell’attivazione delle aree cerebrali deputate alla risposta relativa alla paura dopo la stimolazione con EMDR.

L’EMDR è approvato dall’’American Psychological Association, dall’ American Psychiatric Association, dall’ International Society for Traumatic Stress Studies, dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità e dal Ministero della Salute Italiana.

(Fonte: Associazione per l’ EMDR Italia)

Nella pratica…
L’esperienza clinica mi ha portato a sostenere la straordinaria utilità di questa tecnica. Reputo che sia davvero un valido trattamento per traumi anche severi e di rilevante portata. A sostegno di questo, sono le testimonianze dei miei pazienti.

Per citarne una…
Dario, 34a. (nome e età fittizi).
Storia di abusi ripetuti durante l’infanzia portano il paziente a sperimentare, in età adolescenziale e sino all’età adulta , l’uso di alcol e sostanze psicotrope. Conosco Dario al servizio per le tossicodipendenze e dopo un periodo di colloqui centrati sul qui ed ora, in cui percepisco il riaffiorare del passato in modo ingombrante, decido di proporre l’EMDR. Dario si mostra sin da subito collaborativo e dopo un paio di sedute dove riesce a rielaborare parte del materiale traumatico riprendiamo la psicoterapia con i consueti colloqui. Trascorso circa un mese, mi chiede nuovamente di utilizzare l’EMDR asserendo di sentire la necessità di lavorare su altri eventi traumatici.

Quella con Dario è stata una delle mie prime esperienze con l’EMDR ed è anche grazie a lui che sono riuscita a comprendere la qualità sbalorditiva di questa tecnica. E credo di dover riconoscere, in parte, a Dario il merito di avermi condotto, inconsapevolmente, verso una conoscenza più approfondita di questo metodo di intervento.