Un libro sorprendente: “Il corpo accusa il colpo” – commento e riflessioni personali

L’incipit che ho scelto per la mia riflessione tiene conto delle emozioni che la lettura mi ha suscitato. È stato uno dei libri più affascinanti che io abbia mai letto sul trauma.

Ho lavorato in due comunità per minori abusati e maltrattati, dunque “casca a pennello” l’opera di Van Der Kolk per la mia crescita personale e professionale. Però prima di addentrarmi “nel sentiero emotivo” mi preme specificare che una parte importante e di mio particolare interesse è l’aspetto neurologico, ovvero la connessione tra mente e cervello. Credo che attraverso la conoscenza della strutturazione e il funzionamento del nostro cervello si possa comprendere meglio il risvolto che questi ha a livello comportamentale. Il libro di Van Der Kolk esplica in maniera esaustiva come il trauma possa modificare la conformazione del nostro cervello ancora in crescita: chi subisce dei traumi non sviluppa in modo appropriato l’area del lobo frontale deputata alla capacità di provare empatia. “I lobi frontali possono anche fermare azioni che potrebbero metterci in imbarazzo o portarci a far del male agli altri”. Il trauma è molto altro. Le persone che presentano PTSD (Disturbo Post traumatico da Stress) sono in costante allerta e in costante iperarousal, questo avviene perché le zone del cervello deputate al riconoscimento del pericolo (amigdala, rilevatore di fumo), dopo il trauma, sono costantemente attivate preparando il corpo ad una reazione e dunque producendo delle risposte di attacco o fuga anche nel momento in cui non esiste un reale rischio per la sopravvivenza. Rispetto a questo mi viene in mente un bambino che ho conosciuto in comunità (Carlo), delle volte con lui risulta impossibile parlare, in quanto attua delle strategie di attacco (sia fisico che verbale) prima che l’altro abbia la possibilità di stabilire un confronto con lui.

Mente- corpo-cervello sono tre “sistemi” strettamente interconnessi e interdipendenti. Tutto ciò che il nostro cervello immagazzina e passa al vaglio del cervello emotivo può essere esperito e sentito da noi attraverso la “pancia”, cioè quelle sensazioni viscerali che spesso adoperiamo per entrare in contatto con l’altro. Attraverso l’esperienza clinica ho imparato a sentire la “mia pancia” quando sono di fronte ai miei pazienti. Questo mi ha, molte volte, permesso di tradurre un tipo di risposta adeguata in base al fatto che sentissi pericolo, dispiacere o dolore per chi avessi di fronte, non escludendo che si trattasse di una sensazione derivante anche dal mio vissuto personale.

Attraverso il nervo pneumogastrico, continua Van Der Kolk, è possibile modificare le nostre azioni in base alle risposte degli altri, un tono di voce rassicurante o un abbraccio permette di tranquillizzarci e portare ad un livello normale il nostro stato di arousal, proprio perché di quella persona ci fidiamo. Non sempre questo è possibile per le persone traumatizzate che metteranno in atto uno dei tre tipi di modalità per la sopravvivenza: attacco, fuga o congelamento. Risulta abbastanza affascinante, per me, come questi tre tipi di strategie sono il frutto e l’eredità di un sistema complesso e primitivo che condividiamo con gli animali e come questo abbia una connessione con l’attivazione (o spegnimento) di alcune parti del nostro corpo (di fronte ad un forte stress il corpo può decidere di collassare).

Van Der Kolk suggerisce di aiutare i nostri pazienti a familiarizzare con le parti del corpo prima di nominare le emozioni sottostanti. Chiedere al paziente “dove sente l’emozione (semmai riuscisse a codificarla) nel corpo” non porta alcun esito positivo, chiedere invece “che sensazioni “sente” se si concentra sul corpo” si ottiene una risposta di rilievo che ci permetterà di entrare in contatto con un livello emozionale più profondo.

Se il cervello percepisce il mondo circostante come potenzialmente e costantemente minaccioso, il sistema biologico secerne continuamente ormoni dello stress provocando: disturbi del sonno, mal di testa, sensibilità al suono e al tatto e, aggiungo io, comportamenti inadeguati (urlare senza un “apparente motivo”).

Il testo prende in esame uno strumento importante, a mio avviso, nella pratica clinica: la tecnica EMDR. Rimando il lettore all’articolo specifico, sottolineando come questo intervento abbia modificato positivamente il ricordo traumatico del mio paziente Dario, accelerando i tempi di insight, le associazioni e i collegamenti con la sua vita presente. I ricordi traumatici intrappolati in una fitta rete sono stati integrati con l’intero vissuto del paziente

Le relazioni permettono di proteggerci dal trauma. L’obiettivo della prima seduta è quello di accogliere le richieste verbali del paziente, ma anche il suo stato d’animo e se sentiamo pericolo per la persona che ci sta di fronte dobbiamo ricercare nella sua rete relazionale una base sicura a cui potersi rivolgere in momenti di difficoltà. E’ necessaria “la messa in sicurezza” del paziente, ricercare le risorse nella cerchia di amici o all’interno della famiglia (uno degli obiettivi degli allargamenti nelle terapie individuali).

L’ultimo capitolo del libro è dedicato al teatro e alla sua valenza terapeutica. Ho fatto parte di un’associazione di volontariato per persone con disturbi psichici e ho lavorato all’interno del gruppo teatrale. È un’esperienza che ho ripetuto per 5 anni e non si apprezza mai fino in fondo il lavoro fatto e il beneficio che i ragazzi traggono da questo laboratorio se non il giorno dello spettacolo (di norma a fine anno). È entusiasmante vederli mettere in scena se stessi e le loro paure e timori. In comunità, invece, con una mia collega l’estate scorsa abbiamo cercato di creare con i ragazzi dei momenti di gruppo con lo scopo di aiutarli a sviluppare cooperazione, fiducia, rispetto di sé e degli altri. Questi momenti mi hanno arricchito tanto: innanzitutto ho compreso la necessità di rispettare i tempi dei ragazzi adolescenti che non sono i tempi di noi adulti (l’incontro sulla rabbia è stato un fallimento, ma non per questo privo di un insegnamento personale). Il primo giorno, durante la fase di riscaldamento, quasi tutti i ragazzi per gioco o per curiosità si sono mostrati divertiti da questa esperienza a cui seguì l’elaborazione di un disegno in base alle sensazioni personali percepite nel “qui e ora” e la costruzione di una storia in base alla scelta del disegno di un compagno. Infine, dall’incontro sui “giochi di ruolo” abbiamo osservato una spiccata capacità di empatizzare con l’altro e in particolar modo è emerso, da parte di una ragazza (Donatella), un’elevata capacità di autocritica (mi osservo, riconosco i miei difetti e li metto in scena utilizzando una strategia unica: l’autoironia). Abbiamo preso nota di quelli che, invece, non hanno voluto sperimentarsi, percependo la difficoltà di “scoprirsi” e creando in noi il dubbio che, forse, avevamo compiuto “il passo più lungo della gamba”.

Riferimenti bibliografici:

• Van Der Kolk: “Il corpo accusa il colpo”. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Raffaello Cortina Editore. 2017.

• Shapiro, F., Forrest, M. S. “EMDR. Una terapia innovativa per il superamento dell’ansia, dello stress e dei disturbi di origine traumatica”. Tr. It. Astrolabio, Roma. 1998.

Copertina: Raffaello Cortina Editore